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Tecnologie costruttive nella Valle del Vajont
Cesare D’Andrea

“...Erto diverrà una cittadina e poi sprofonderà.”

La valle del Vajont si trova all'interno del Parco Regionale delle Dolomiti Friulane ed i paesi di Erto e Casso fanno parte dell’omonimo comune, in provincia di Pordenone.


Erto. Sopra al paese vecchio compare il moderno edificato, anonimo ed estraneo ai luoghi.


Casso, aroccata sui monti.

La franosità dei luoghi era ben nota agli antichi abitanti che, purtroppo, nulla poterono di fronte alla massa di 300 milioni di metri cubi che dal monte Toc invase il lago artificiale del Vajont la sera del 9 ottobre 1963. La catastrofe fu immane. I 50 milioni di metri cubi di acqua che si schiantarono contro i fianchi dei monti e più giù verso Longarone causarono più di 2000 morti.
Questo tragico fatto ha inciso drasticamente sulla popolazione, sulla natura circostante, sui modi di pensare, sulle abitudini, sulla fruibilità dei luoghi ed ha lasciato, per così dire, “incantati” ed abbandonati questi antichi posti con le loro architetture e rovine che si sono conservate inerti da quella fatidica data.
Oggi, questi luoghi, preservano tutti i segni del passato con ben poche alterazioni dell'uomo moderno dovute a fattori di mode o all'introduzione di nuovi materiali e tecniche costruttive. Solo alla natura è stato consentito il privilegio di poter posare la propria mano sulla patina delle pietre e sul nero del legno brunito da secoli di fumo e fuliggine.

Luoghi antichissimi questi e non certo comodi per abitarci. L'ingegno dell'uomo ha dovuto fin da subito affinarsi su una natura aspra e dura. Non a caso “Erto” significa ripido, faticoso da salire.
Ma la fatica non era il problema principale di questi luoghi, anzi: “E ancora non s'è detto degli incendi, dei terremoti, delle pestilenze, di terribili siccità, d'inverni rigidi al punto che al nostro pre Giobatta [Beltrame], mentre diceva messa, esser giaciato il vino nel calice diverse volte” (Elio Bartolini e Italo Zannier, Una casa è una casa, Pordenone, EPT, 1971, p.6) come spiega Bartolini soffermandosi su alcuni episodi di questi monti durante il XVII secolo.
La natura, dunque, è stata ed è la protagonista di questi luoghi, nel bene e nel male. Ha forgiato genti fortissime e tenaci e come spesso accade ha plasmato anche il temperamento dell'uomo, come ricorda Colledani quando, parlando dei sassi della grava - l'immenso e affascinante ghiaieto che dai monti arriva in pianura - afferma che “In Friuli si chiamano claps [sassi] e determinano, più di quanto non si creda, il pensiero degli abitanti e ne condizionano le attività.” (Gianni Colledani e Tullio Perfetti, Dal sasso al mosaico: storia dei terrazzieri e mosaicisti di Sequals, Sequals, Edizione a cura del Comune di Sequals, 1994, p.15)

Ed ecco che anche l'architettura di questi luoghi deve adattarsi e piegarsi a queste leggi. Ma sempre con la tenacia, la severa eleganza, le proporzioni, i ritmi, l'uso appropriato dei materiali poveri adottati dall'uomo per le proprie costruzioni.
Quello che emerge dallo studio dell'architettura montana di questa area è che ogni intervento è stato ragionato nei minimi dettagli: nulla era superfluo e tutto rimandava a pure esigenze di sopravvivenza.
Eppure, anche grazie a conoscenze misteriose - retaggio di un'antica civiltà - si è saputo edificare in modo armonioso e funzionale con i pochi materiali naturali a disposizione: la pietra e il poco legno. Sì, perché anche se il legno si trovava nei lontani boschi, questo era sfruttato dalla Serenissima fin da tempi antichi. Faggi per le vetrerie di Murano ed abeti e larici per l'Arsenale. Gli alberi erano tagliati e trasportati dai torrenti fino ai punti di raccolta mediante la “stùa”, una grande diga artificiale fatta di tronchi che sbarrava il corso del fiume per accumulare tutto il legname per la fluttuazione verso la valle. Spiega Corona, “Operazione difficile e affascinante che spettava solo a grandi esperti” e qui sta l'incredibile: “La possente impalcatura della stùa, [...] era tenuta ferma, [...] da un solo cuneo di legno. [...] L'assemblaggio della chiusa era eseguito con tale perfezione che, quando il caposquadra dava l'ordine di far saltare il cuneo, bastava un solo colpo di mazza perché l'intera costruzione crollasse liberando l'acqua che trascinava il legname a Longarone, venti chilometri più a valle.” (Mauro Corona, Finché il cuculo canta, Pordenone, Edizioni Biblioteca dell’Immagine, 1999, p.163)
Riaffiora di nuovo la grande capacità ed esperienza di queste genti nel gestire i materiali da costruzione.

Altro problema con cui la gente ha dovuto da sempre confrontarsi e che rende così caratterizzante l'architettura del luogo è la forte acclività del terreno.
Questo spiega il perché di architetture in pietra che si ergono in altezza per tre, quattro anche cinque piani, vicine le une alle altre che sembra di passeggiare per una calle di Venezia. Quei pochi fazzoletti di terra piana che possedevano dovevano necessariamente servire da orti per il sostentamento. Era impensabile utilizzarli per altri scopi, significavano la sopravvivenza. Ancora oggi si possono notare i muretti di contenimento degli orti strappati a fatica alla montagna a mani nude dalle donne. Racconta Bartolini “Eppure [le genti] restano lì: a riparare, a rifare, ad allargare strappando ai declivi meno impervi o più a solatio, a costoni pieni di sassi, ma sicuri almeno dalla rabbia dei torrenti, ad un bosco sempre cattivo e “spinghinòus” [spinoso, pungente], una “tachèra” [un pezzetto] dopo l'altra: campetti che, dopo averli liberati dai sassi (ma le donne gravate da un grembiule sempre gonfio di figli o di sassi), bisogna imbottirli di terra di riporto, proprio come vasi, e poi reggerli con i muretti, altrimenti gli franano giù quei ronchi, quei riquadri, quegli appezzamenti, qualcosa che magari cresce pervicace, però quanto a fatica.” (Bartolini e Zannier, op. cit., p.6)

Tesi questa, della carenza di sedime per le costruzioni, suffragata anche dal fatto che il tipico elemento portico - scala esterna - ballatoio della casa friulana oggi qui è raramente presente: con il tempo è stato tamponato per ottenere altri vani.
Il poco spazio disponibile doveva essere sfruttato al massimo, non c'era niente da lasciare al caso o da regalare alla montagna. Nei casi più favorevoli, l'acuto ingegno del montanaro ha sfruttato la forte pendenza del terreno per eliminare una scala interna - ed il materiale per costruirla! - sfruttando le diverse quote naturali del suolo per ricavare gli accessi ai diversi vani. Traendo così la maggior area libera possibile all'interno degli ambienti e, poco importa se per salire dalla cucina alle camere si doveva uscire esposti alle intemperie. Come detto, la fatica ed il sacrificio qui erano di casa.
Guadagnare anche il minimo spazio faceva sempre comodo, soprattutto “d'inverno, quando la casa deve allogare tutti i membri del nucleo familiare e poi legna e le altre provviste imposte dall'isolamento, e poi tutta quella mercanzia di ceste e di mestoli e di ciottole da preparare adesso per la primavera, quando si ridiscenderà al piano.” (ibidem, p.7)

Ridiscendere al piano in primavera, condizione necessaria per la sussistenza economica della famiglia.
Gli uomini, nelle lunghe sere d'inverno, intagliavano oggetti di legno: cucchiai, ciotole, taglieri, mestoli. Era compito delle donne poi, vendere e trascinare a piedi, questi enormi carretti colmi zeppi di oggetti, in giro per le pianure. Si badi bene, da Trieste fino a Genova. “Lo scrittore friulano Carlo Sgorlon ne fa un ritratto molto bello. Nei suoi racconti le chiama sedonere, proprio perché vendevano sedòn, cioè cucchiai di legno” (Mauro Corona, Il volo della martora, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2003, p.126), spiega Corona.
E' grazie anche allo spirito di osservazione di luoghi diversi che queste genti resero proprie alcune tecniche costruttive applicandole al proprio paese. Le coperture in pietra dei tetti di Casso, per esempio, trovano riscontro e analogie con i tetti del vicino Alpago, della zona con il confine sloveno, istriano o con la più lontana Val Vigezzo, in Piemonte.

Dall'attenta osservazione delle architetture locali è anche intuibile il clima rigido e piovoso tipico di queste zone; la casa, qui, richiede una difesa bloccata al massimo. Negli esempi più antichi sono visibili le caratteristiche finestre costruite a forma triangolare e molto piccole. La loro luce doveva essere minima per riparare dalle intemperie e dagli animali predatori.
Anche il fattore clima contribuì a tamponare od a non adottare, nella casa, gli elementi portico - scala esterna - ballatoio, con la circolazione d'aria che apportano, con i loro spazi aperti, con la fiducia verso l'esterno.
Mentre la copiosità delle precipitazioni, indusse alla pavimentazione di tutti i percorsi del paese mediante ciottoli o listelli irregolari di pietra in modo da far meglio defluire le acque.

“L'edificio sacro [partecipa], a volte con ruolo incisivo, nella determinazione della forma insediativa, a volte come fatto architettonico amalgamato nel tessuto di un aggregato, ed ancora come elemento dominante la vastità di un paesaggio [...]” (Edoardo Gellner, Architettura rurale nelle Dolomiti venete, Cortina, Edizioni Dolomiti, 1988, p.253), spiega Gellner.
Le chiese di Erto e di Casso mostrano una loro estrema semplicità formale ed un contenuto volume; le loro inconfondibili individualità si staccano decisamente dall'intorno rusticano e prendono spicco grazie ad alcuni elementari accorgimenti di diversificazione: la candida intonacatura esterna e l'accesso alla navata posto perpendicolarmente rispetto agli accessi delle abitazioni.
Oltre alle connessioni tra edificio sacro ed insediamento, è utile esaminare il rapporto più intimo di religiosità dei luoghi, quello tra il sacro e la casa: pitture murali a soggetto sacro, ancone e tabernacoli, crocifissi e croci su dimore. “Se la chiesa è espressione collettiva di una comunità rurale, la pittura a soggetto sacro sui muri delle case è espressione individuale, della famiglia contadina-montanara” (ibidem, p.253), sostiene Gellner.
Anche se un tempo eravamo in presenza di un’economia di stenti, come osserva Bartolini: “E se non c'era agio per gli intonaci o per i serramenti, come poteva essercene per una sia pur rudimentale decorazione?” (Bartolini e Zannier, op.cit., p.9), le rappresentazioni religiose - e gli estrosi artisti - erano presenti nella valle del Vajont.
Narra Corona (Mauro Corona, I fantasmi di pietra, Milano, Arnoldo Mondadori Editore, 2006, p.266), di un pittore maledetto, genio solitario, sregolato e schivo, rissoso e violento, che dipinse molte Madonne sulle facciate delle case. Della maggior parte di esse oggi non rimane traccia, perché si sono staccate dalle malte o sbiadite.
La fede, in questa disagiata area, era presente, sincera e ben radicata: n’è rimasta testimonianza ne “La sacra rappresentazione del Venerdì Santo”, processione che viene tutt’oggi portata avanti da remota memoria.

Quello che colpisce per primo, passeggiando lungo le strette stradine dei due paesi, è la precedente forma del tetto degli edifici rispetto a quella attuale. Essa è evidenziata, o dal diverso tipo di sassi utilizzati, o dalla diversa colorazione della calce che lega i litodi. E’ così facile notare come i tetti un tempo avessero una pendenza assai maggiore di quella odierna. Tale forma era condizionata dall’utilizzo, come in quasi tutta l’area prealpina, della paglia come materiale per il manto di copertura.




Evidente l’antica forma del tetto, intuibile dalla diversa patina della calce, dalla differente pezzatura dei litodi, dalla forte pendenza delle vecchie falde.

Un tipo di tetto molto più diffuso a Casso - ed ivi ancora visibile - è quello a laste. Il materiale di copertura sono appunto le lastre di pietra grigia, una dolomia scistosa. Le dimensioni di taglio in lunghezza non superavano i 50 centimetri, altrimenti diventava difficoltoso posarle in opera.
Questo tipo di tetto a Casso, ha imposto in un certo modo uno sviluppo ancora più verticale degli edifici. Infatti per realizzare un copertura di normali dimensioni, erano necessari almeno quattro inverni di lavoro. Gli uomini cassani potevano dedicare solo pochi mesi all’anno alle cure ed all’edificazione delle proprie dimore, perché emigravano per lavoro per parecchio tempo. E’ logico pensare, quindi, che nel costruire una nuova abitazione si tentasse di sfruttare l’espansione in altezza il più possibile, in modo da non dover alzare e ritoccare continuamente il tetto.

Le murature portanti degli edifici dei due paesi offrono una particolare immagine di identità locale, lasciando trasparire l’effetto cromatico e la trama dei materiali con cui sono composte, anche perché generalmente non sono intonacate.


Le murature in pietra locale, oltre ad inserirsi in modo armonico con la natura circostante, donano una calda tonalità alle costruzioni e all’intorno.

Il materiale lapideo veniva estratto da alcune cave in località Costa, S.Martino, dal Monte Buscada e spesso si ricorreva pure all’utilizzo di ciottoli e trovanti di fiume.
La costruzione è integralmente murata dalle fondazioni – di tipo continue - allo stillicidio. Grossi conci squadrati a scalpello irrobustiscono gli angoli, offrendo un senso di solidità, fermezza e rigore formale all’architettura.


Le grosse pietre squadrate offrono un senso di solidità e rigore formale.

Le sezioni dei muri sono importanti e si aggirano sui 60 centimetri. Questi, oltre ad offrire un’ottima base per le future espansioni in verticale, fungevano da ottimo isolante termico, sia per i gelidi inverni sia per le torridi estati.


Muri dalle considerevoli sezioni.

Come legante si usava una malta a base di calce e sabbia. A volte si adottava una muratura “a sacco”, formata da due paramenti esterni in pietrame dove per il riempimento dell’intercapedine si utilizzava un impasto di pietrisco, sabbia e calce. La parte interna abitabile veniva intonacata a calce mentre quella esterna veniva lasciata a vista oppure trattata con una leggera spruzzata di intonaco.
Impressiona la perfetta linea di squadra con cui sono state erette queste murature, dalla base fino in cima e l’ermetica connessione delle pietre tra di loro: segno, questo, che vi hanno lavorato ottime maestranze, dotate di un’eccellente padronanza tecnica.
Dall’analisi visiva e cromatica, nell’uso della pietra locale, prevalgono le tonalità rosa del marmo e biancastre. Un caleidoscopio di tonalità più vivaci - blu, verde, marrone - appare quando si ricorre all’utilizzo dei trovanti di fiume.
Si è fatto ricorso ad una pezzatura sia in blocchi squadrati sia più minuta, secondo quindi la disponibilità di materiale. Totalmente assenti i mattoni in laterizio.
Non mancano raffinati esempi in cui sono state utilizzate alternativamente pietre squadrate bianche e rosa per ogni singolo corso della muratura.

Un commento a parte meritano gli architravi, dove vengono adottati alcuni metodi per evitare la trazione nello stipite in pietra. La soluzione più frequente è quella dell’arco i cui conci sono della stessa pietra costituente i muri portanti. Questo arco, fortemente ribassato, viene impostato con due grosse pietre appena sopra la piattabanda che costituisce il bordo superiore del riquadro. Tra stipite ed arco sovrastante viene molto spesso lasciato il legno sagomato servito a dare la forma all’arco stesso.


Tramite i numerosi sistemi di architravi si cercava di sgravare il più possibile la struttura dagli sforzi dovuti all’imponente mole degli edifici.

Soprattutto a Casso si può osservare che al posto dell’arco vengono poste due pietre sottili o tavolette di legno, allo scopo sempre di scaricare l’architrave da forze di tensione e trazione.


Soprattutto a Casso, al posto dell’arco, vengono poste due lastre di pietra o di legno.

In altri casi ancora, un secondo architrave in legno - sovrapposto a quello in pietra costituente la cornice della finestra - viene posto in opera poggiandolo su due pietre piane di modesta altezza, discostandolo dall’architrave e facendogli quindi assorbire totalmente lo sforzo di flessione.


Altri sistemi di architravi.

Anche in questi luoghi viene riconfermata quella straordinaria capacità di adattamento ed osservazione che possiede l’uomo, che ha saputo erigere solidi edifici utilizzando anche semplici tecniche costruttive, ma non per questo banali o meno efficienti.
Qui, dove il paesaggio e l'ambiente sono i protagonisti assoluti, si è saputo trovare e mantenere quel sottile equilibrio ed armonia rimasti inalterati per secoli anche di fronte ad eventi calamitosi, almeno fino al 9 ottobre 1963: l'inizio della fine di questi paesi, defraudati delle proprie genti e tradizioni. Verso sera il vento portò nella valle le parole della profezia della leggendaria indovina dal pignat "...Erto diverrà una cittadina e poi sprofonderà."
Eppure la natura aveva avvisato in anticipo su quello che stava accadendo al Monte Toc: frane, cedimenti, piccole scosse telluriche, voragini e alberi inclinati. Ma non fu sufficiente. In soli otto minuti si consumò la catastrofe: Erto e Casso sprofondarono e da quel giorno non si sono più risollevati. Dimore abbandonate, genti disperse, tradizioni e conoscenze secolari quasi scomparse.

Emblematico un lavoro eseguito su di un tetto di lastre negli ultimi anni a Casso, dove, poco tempo dopo il restauro, si è dovuti ricorrere alla copertura del manto con un telone di materiale plastico in quanto non si possedevano più gli antichi magisteri costruttivi.
La Téchne è stata dimenticata in questa valle, cancellata dall’onda della frana del Monte Toc.

Gli elementi naturali, determinanti nella definizione dello spazio alpino, avevano determinato tipologie insediative così efficacemente rispondenti alla complessità delle caratteristiche del sito che ogni altro tipo risulta estraneo al contesto.

Anche se non abbiamo nessuna prova, ci piace pensare che le architetture naturali dei luoghi, come il Campanile di Val Montanaja, abbiano esercitato una forte suggestione sui primi costruttori. Si tratta di una pura ipotesi, ma sta di fatto che esso presenta una singolare somiglianza con le architetture dei luoghi.


Una delle case più antiche di Casso presenta una singolare somiglianza con il Campanile di Val Montanaja.

E qui sembra che si concretizzi una modalità essenziale a cui l'arte, e l'architettura, è chiamata: la catharsis, la purificazione. La catarsi è togliere l'opaco, l'oscuro, l'inessenziale, il superfluo, che riveste e copre l'opera e la nasconde agli occhi, impedendole di manifestarsi autenticamente.

 

Cesare D’Andrea