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Home Page | Articoli | La Rocca ed il torrione di Cagli
La rocca ed il torrione di cagli
Michela Liotta

La rocca di Cagli è presentata per prima nei Trattati, ed è anche uno degli esempi più significativi della vasta serie di edifici militari progettati da Francesco di Giorgio Martini nelle Marche.
Egli era fiero di tale costruzione in quanto rivoluzionaria dal punto di vista tipologico, ed innovativa per collocazione urbana, forma e dettagli.
L’edificio testimoniava non solo il clima d’avanguardia creatosi presso la corte urbinate, ma anche l’evoluzione personale dell’architetto senese, che esprimeva nelle sue costruzioni un linguaggio costituito da piccole sporgenze ed arcate che offrivano un chiaroscuro tenero e sfumato su volumi schietti e su superfici distese; recinti e cornici orizzontali ovunque, con duplice funzione di serrare le masse e di ripartirle in anelli sovrapposti.
Della rocca, smantellata nel 1502 da Guidobaldo I, durante la guerra contro il Valentino, restano il puntone affiancato dai torricini tondi ed il corpo di fabbrica interno della metà del Cinquecento, trasformato in un convento.
Il torrione a valle, polo di completamento della rocca, è integro.
La fortificazione di Cagli è basata su un’articolazione di architetture a scala urbana:
sul colle, a ridosso della città, un po’ isolata ed in una posizione strategica, si erge la rocca, unita, per mezzo di un lungo cunicolo di collegamento o“soccorso coverto”, ad un massiccio torrione ellissoidale, la“seconda rocca”, a cavallo delle mura poste a valle, circondato da un fossato.
L’innovazione fondamentale, non solo della rocca di Cagli, ma anche della maturata concezione morfologico – difensiva di Francesco di Giorgio, si coglie proprio nell’aver proposto un impianto planimetrico romboidale compatto, e militarmente efficiente, dotato di un’alta torre maestra a base triangolare, due torrioni circolari laterali, alloggi e cortili
interni per le truppe ed, infine, un puntone con piccoli torricini di rinfianco.
Dalla lettura del testo, nel Trattato, e dal disegno in veduta prospettica, Francesco adottò uno schema ben preciso, edificando il blocco difensivo - offensivo dell’opera sull’altura che poteva essere bombardata da una sola parte.

La Rocca di Cagli nel foglio 68v del Codice M (a sinistra) e da una ricostruzione.

“In prima alla città di Cagli in uno monte supereminente tutta la città, propinquo a quella a piedi 300, el quale da una sola parte può essere bombardato, ho ordinato et all’ ordine imposto fine, una rocca in questa forma: in prima la torre principale è fatta in guisa di triangulo, del quale uno angulo è volto verso quella parte dove viene l’offesa acciocché el muro non riceva la percossa delle bombarde; in el quale angulo el muro è massiccio, grosso piedi 35, e nelle altre due estremità delli anguli 4 torroni, eccetto le difese tutti massicci, i quali verso la terra sportano tanto in fora che fanno uno ricetto longo piedi 45, largo piedi 42, alto piedi 50 adequando l’altezza delli torroni.
Infra questo ricetto et uno delli torroni è la prima porta, la quale è guardata da molte offese; intrasi in ditto ricetto per tre porti e due ponti con muri dividenti. La torre maestra è alta piedi 100, in la quale è in fondo una bellissima cisterna, uno pistrino, uno forno, la canova, la prigione, la stufa e la ammunizione; disopra a queste, cinque belle stanzie per la persona del castellano, alle quali si perviene per ponte levatoio. In la grossezza delle mura verso la terra dove non può el muro essere offeso sono le scale intercluse con fortissime intrate, sichè insino alla sommità d’esse possono essere difese; dipoi in nel piano della sommità della torre è una stanzia per la polvere et altre salmerie. Et intorno alla estremità della torre, sopra li piombatoi, è uno muretto alto piedi uno e mezzo, distante da li merli e parapetto altrettanto, cuperto con tavole per forma di casse le quali da per sé a chiave si serrano, sichè pare una banca murata, essendo tutte chiuse. El quale tegumento a questo effetto ho ordinato: prima, per quello el castellano è sicuro non posser essere scalata la torre, che per li merli non può essere scalata per la grandezza e larghezza de’ beccatelli. Secondario, quelli che stanno alla custodia della torre sono sicuri di non precipitare per quelli vacui. Terzo, bisognando si possono aprire e quelli usare per piombatoi. Evvi dipoi uno altro ricetto per li fanti, fatto da due muri causanti uno angulo acuto verso la terra, apresso al quale sono due torricini per difesa delli due torroni, muri et estremità dell’angulo, con offese per fianco. E quelli che in detto ricetto intrano, passano per quattro porti e per tre ponti non passando per loco sospetto al castellano. Li quali passi dal castellano della rocca sono dominati, aperti e serrati, et ogni volta che sono li fanti in alcuno delli detti passi e ricetti, sono come prigioni del castellano, et ogni volta a suo beneplacito li può debellare e superare, e nuovi fanti o gente mettere nella rocca in lo ricetto superiore propinquo alla torre principale, dove si va per altre intrate, dove stanno altre persone più fidate del castellano, similmente subietti a lui. In una delle due muri dell’ultimo ricetto è uno soccorso coverto che va ad una grossa torre fondata in le mura della terra, fatta di muro grossissimo, per la quale el castellano può mettere e cavare gente della terra. In la quale torre sono stanzie per lo castellano, ammunizioni e tre gradi di offese delle mura di fora e di dentro, con cisterna, pistrino, canova, fossi di fore e ponti e molte altre divisioni le quali sarebbe longo descrivendo di narrare. La quale torre si può dire sia la seconda rocca. La quale non può da alcuno logo se non verso la terra essere bombardata, come la figura ci demostra, però tacerò le particulari per non essere a li lettori tedioso.”

Dall’alto del mastio fino al puntone proteso verso la città tutto si dispone in sequenza.
Lo schema ha, da un lato, un enorme mastio triangolare, con un angolo rivolto verso la zona di maggior offesa, e dall’altro, un puntone compreso fra due torrette cilindriche poste in cima ad una lunga gola; una di queste torri cilindriche è collegata ad un torrione avanzato, ubicato ai piedi della collina per mezzo di un lungo corridoio coperto.
La torre, o mastio, era alta quasi cento piedi ed al suo interno conteneva vari servizi:
al piano terra la cisterna, il forno o pristino, la stufa, la prigione, la stanza per le munizioni, la canova ; al primo piano le cinque stanze del Castellano, nelle quali s’accedeva dall’ esterno, per mezzo di un ponte levatoio.
All’interno dello spessore murario delle cortine, dove il muro non poteva essere offeso, si trovavano le scale intercluse con fortissime entrate.
Attorno alle estremità della torre, sopra i piombatoi v’era un muretto alto un piede e mezzo, distante dai merli e dallo stesso parapetto altrettanto, coperto con tavole in forma di casse, le quali, di per sé, si serravano a chiave.
Con questa disposizione la torre non poteva essere scalata per la grandezza e la larghezza dei beccatelli; in secondo luogo, i custodi della torre erano sicuri di non precipitare per quei vuoti lasciati dai piombatoi, che all’occorrenza si potevano aprire ed utilizzare come difesa.
I lati del mastio, a base triangolare, proseguivano fino a definire un fronte angolato verso il fianco d’attacco, concluso dai due torrioni circolari.
La linea congiungente i due torrioni era l’asse minore; l’asse maggiore era definito dalla retta unificante i due angoli acuti contrapposti, in cui si concentravano le linee di forza del sistema che erano, rispettivamente, il mastio, verso il fronte d’attacco potenziale ed il puntone, verso la città.
Dai due torrioni, che costituivano le estremità del mastio, si sviluppava più avanti lo sperone più piccolo, compreso fra le due torrette cilindriche, di cui una sola era collegata al torrione di difesa a valle.
Proprio i due torrioni cilindrici, opposti allo sperone verso il paese, formano un ricetto piuttosto stretto, e tra questo ed uno dei due torrioni vi era la prima porta; nel ricetto si entrava dopo aver aperto altre tre porte e attraversato due ponti.
Vi era un secondo ricetto più grande per i fanti, circoscritto dalle due cortine terminanti ad angolo acuto, presso il quale si disponevano i due torricini cilindrici a difesa dei due torrioni ai lati del mastio.
Al secondo ricetto s’accedeva attraverso quattro porte e tre ponti.
L’impianto planimetrico rombico, a lati dissimetrici, godeva di un’ottima distribuzione e realizzava la massima necessità difensiva; i due torrioni dell’asse minore erano in grado di controbattere ogni punto esterno, e ciò non avrebbe potuto concretizzarsi se l’impianto fosse stato quadrilatero, poiché le torri si sarebbero ostacolate e danneggiate vicendevolmente, impedendo le reciproche traiettorie dei tiri.
Come già detto, da una delle due torrette cilindriche, vicine allo sperone, iniziava, verso valle, un“soccorso coverto”che giungeva ad una grossa torre ovale; nei momenti di difficoltà il castellano poteva trovare rifugio o prelevare armi e rinforzi, viveri per le truppe; essa poteva essere bombardata solo da terra.

Il torrione ovale di Cagli

Il torrione, a cavallo delle mura cittadine, era accessibile con ponte levatoio, come dimostra la porta in un fianco, sormontata dagli incastri per le catene della passerella.
Il torrione ha una singolare struttura, possiede una muraglia scarpata nella parte inferiore; una sovrapposizione ad anelli, nella fascia intermedia, aggettanti e strapiombanti nella zona superiore per impedire la scalata, elementi utili per stabilirne la paternità martiniana.
La parte superiore del torrione è alta poco meno della metà dell’intera mole, ha enormi beccatelli che sostengono il camminamento di ronda coperto, con parapetto a troniere e difesa piombante.

Il torrione di Cagli – a sinistra, particolare sopra l’ingresso e, a destra, particolare della struttura difensiva superiore del torrione con gli enormi beccatelli a sostegno del camminamento coperto

Tra la fine dei beccatelli in mattoni e l’inizio della scarpa vi è, sopra un pianetto, una gola diritta, e la massa superiore del muro sporge esattamente quanto la gola sulla massa inferiore, togliendo uniformità alla sezione.
Il torrione ha una pianta ellissoidale ottenuta attraverso la combinazione di varie circonferenze su cui si regola tutta la costruzione, composta da una struttura muraria massiccia che, all’esterno, ha numerose cordonature in pietra.
All’interno il torrione ha cinque livelli collegati da una scala semicircolare, attraversata verticalmente dal condotto della cisterna, collocata al piano interrato.
Al livello del fossato, il torrione è costituito da due stanze circolari separate da un muro di medievale fattezza; la stanza occidentale, subito sopra la cisterna, possiede tre postazioni per le armi da fuoco, due delle quali disposte in modo da controllare il fronte esterno delle mura cittadine da dentro il fossato; la stanza orientale ha analoghi punti di tiro e contiene anche l’ingresso del cunicolo di collegamento con la rocca.
Il vano a piano terra, di forma ellissoidale, possiede cinque postazioni, tre verso l’esterno e due verso l’interno delle mura.
Al piano superiore vi è un’altra stanza ellissoidale senza feritoie, ma con tre strette aperture per controllare l’esterno della cinta muraria; in essa sono collocati un camino ed il pozzo della cisterna.
Dal pianerottolo lungo la scala, verso l’ultimo piano, si diparte il corridoio che conduce al vano di manovra del ponte levatoio.
All’ultimo piano vi è un altro vano di forma ovoidale con camino e pozzo al centro della stanza e, tutt’attorno, un ampio ballatoio circolare.
Il fossato fu interrato nel XVIII secolo, e solo recentemente è stato dissotterrato consentendo la riapertura d’alcune feritoie, ridando luce ai vani sotterranei: dalla stanza orientale, nel seminterrato del torrione, si diparte il primo tratto del cunicolo, che con trecentosessantasette gradini, si estende sotto la collina congiungendosi, poi, con ciò che rimane della rocca esistente.
Nel fossato sono stati trovati la base d’appoggio in pietra del ponte levatoio, il muro di contenimento del fossato che segue l’andamento circolare della torre.

A sinistra, particolare del dormitorio dei Cappuccini; al centro, particolare del puntone della Rocca privo di paramenti murari, con l’imbocco della rampa che collega al “soccorso coverto”, proveniente dal torrione; a destra, il torrione ai piedi della collina.



Il torrione con il fossato dissotterrato in tempi recenti
Particolare del primo tratto del cunicolo di collegamento fra il torrione e la rocca sulla collina

La rocca di Cagli è la prima a realizzare una bipolarità difensiva, ossia è in grado di difendere la città dai nemici esterni, ma anche di difendersi dai contrasti interni suscitati dalla popolazione.
Fu per questa sua particolarità che il 20 giugno 1502 fu demolita dagli stessi cittadini, per ordine di Guidobaldo da Montefeltro, che non voleva favorire in alcun modo il potere delle milizie spagnole del Valentino, Cesare Borgia.
Sulle rovine della rocca, nel 1566, sorse il convento e la chiesa dei frati Cappuccini; che questo convento fu edificato sopra la preesistenza martiniana è assodato da un marcapiano in pietra rosa che costeggia tutto il corpo avanzato dell’edificio esistente.
Il convento era costituito da due corpi paralleli rettangolari affiancati; uno adibito a chiesa, l’altro utilizzato ad abitazione su due piani, destinata ai frati, con ambienti di servizio al piano terra e dormitorio al primo piano.
Sul retro della chiesa vi era un altro corpo rettangolare adibito ad infermeria; al centro di tutto il complesso, costituito da questi tre corpi, v’era una cisterna non molto capiente.
La rocca, a sua volta, venne edificata sui ruderi dell’antico monastero benedettino di San Ghironzo dell’VIII secolo.
Le origini del paese di Cagli sono antichissime e risalgono addirittura al 265 a.C.; già nel periodo medievale Cagli era servito da una cinta muraria fortificata.
Nel 1376 Cagli entrò a far parte del ducato d’Urbino; nel 1476 i cittadini di Cagli donarono il palazzo comunale al duca Federico.
Oggi, tutto ciò che rimane, sono i ruderi dell’apparato difensivo del puntone verso la città con i due torricini, il camminamento che si congiunge con il torrione del soccorso a valle, la fascia degli alloggiamenti fra i due ricetti in cui è inserito il convento ed alcune tracce del torrione sud.
All’interno del puntone vi è ancora un corridoio semicircolare di difesa voltato con aperture minori di accesso alla rocca per la distribuzione di uomini e di mezzi.
Dall’antica veduta del Mingucci del 1626 si può vedere la città di Cagli ripresa da nord, tutta racchiusa dentro le mura medievali del XIII secolo.
Sulla cima del monte San Domenico, spoglia di vegetazione, come ben si addice ai siti militari, domina la massa imponente della rocca martiniana, in parte occupata dai frati Cappuccini che, tra il 1566 ed il 1568, edificarono il loro convento.
La rocca è costituita da alcuni ruderi sulla destra, una torre circolare al centro e la prua del puntone con torricini laterali verso la città; le mura sono scarpate e con un leggero aggetto superiore, mentre all’interno del recinto si notano i volumi del convento.
Confrontando quanto resta dell’antica fortificazione con il disegno eseguito da Francesco di Giorgio esistono delle discrepanze; il disegno del Trattato non è fedele a quanto poi si realizzò veramente.


A sinistra, veduta del Mingucci (1622); a destra, l’accesso al corridoio gradinato che dalla rocca scende fino al torrione del soccorso

La prima irregolarità riguarda la posizione del torrione a valle, che nel disegno è collocato su di un angolo delle mura cittadine, a destra guardando il puntone della rocca; esso è in realtà collocato a sinistra, in cima ad un dosso naturale dal quale si controllano meglio i versanti scoscesi lungo le mura ed anche la via principale diretta alla piazza.
Il“soccorso coverto”nel disegno è collocato in uno dei due torricini laterali del puntone della rocca; in realtà esso è la prosecuzione della scala interna al puntone stesso.
Nel Codice Magliabechiano, la fortezza è descritta con due torrioni angolari ed un ricetto largo ventidue piedi; nel Codice Senese, essa possiede quattro torri circolari, ed il ricetto lungo quarantacinque piedi e largo quarantadue (circa tredici metri e cinquanta centimetri per dodici metri e sessanta centimetri).
Le due differenti descrizioni considerano due distinte fasi progettuali.
Le dimensioni nel Codice Senese meglio s’addicono al secondo ricetto, triangolare, compreso tra il puntone, affiancato fra i due torricini, e l’attuale fronte del convento, le cui massicce mura denunciano l’antica funzione di struttura divisoria tra i due recinti della fortezza.
Se si accetta la versione del Codice Magliabechiano, il ricetto di tredici metri e cinquanta centimetri per sei metri e sessanta centimetri, non è identificabile con nessuna delle aree interne scoperte desumibili dai resti della fortezza; le proporzioni si potrebbero approssimare, a grandi linee, alle dimensioni del ricetto tra il mastio e le due torri maggiori.
Il testo del Codice Senese, non coincide in molti punti con la realtà, è in contraddizione con se stesso; parla prima di quattro torrioni, poi, dopo venti righe, di due torri complementari e due torricini.
Il Codice Magliabechiano, modifica in parte le indicazioni del Codice Senese, eliminando le incoerenze maggiori e coincide in parte con il disegno; mentre i resti esaminati escludono delle corrispondenze con l’immagine desunta dal Trattato.
Le due descrizioni riguardanti la differente lunghezza del ricetto sono dovute, con ogni probabilità, alla presenza di alloggiamenti difensivi ubicati fra il ricetto, verso il mastio, e quello triangolare, verso la città; la variazione planimetrica fu sostanzialmente conseguenza dell’ampliamento dovuto all’introduzione di attrezzature interne.
Quasi tutte le contraddizioni esistenti si appianano formulando l’ipotesi che il disegno del Codice Magliabechiano rappresenti una fase di progettazione intermedia tra la prima e la seconda, e definitiva, ideazione.
La prima fase di costruzione vide la realizzazione del mastio triangolare verso il lato più facilmente attaccabile; affiancato da due torrioni circolari più piccoli; sul retro del mastio un breve ricetto pressoché quadrato, turrito, circoscritto da altri due torrioni verso lo strapiombo.

Evoluzione ipotetica dello schema planimetrico della rocca di Cagli dalla progettazione alla realizzazione. In II e III è indicato in basso il torrione a livello delle mura cittadine.

Nella seconda fase di realizzazione Francesco di Giorgio rafforzò la difesa anche dalla parte della città con il puntone più piccolo, guardato dai due torricini.
Per non occupare un’area più vasta del previsto, limitando i costi, peraltro già elevati; dando l’idea di una rocca compatta che permettesse economia di guarnigioni e di fanti; ottimizzando l’efficacia bellica, proteggendo i torricini con il fuoco delle due torri maggiori, egli pensò di restringere il primo ricetto, quasi dimezzandolo, e di ricavarne un secondo, di forma triangolare, fra le due cortine verso il puntone minore.
Da questo progetto derivò il disegno del Magliabechiano, al cui copista Francesco di Giorgio fornì i propri fogli manoscritti, completati e ritoccati, dopo aver sentito l’opinione di Federico da Montefeltro.
Pensò poi ad un torrione di soccorso, alla base del colle, a cavallo della cinta muraria della città, dotato di un camminamento coperto che comunicava con uno dei due torricini a fianco del puntone.
Francesco di Giorgio si rese conto che un mastio così stretto, addossato al circuito ed alle torri, avrebbe realizzato una scarsa potenza difensiva, perciò lo distaccò, il più possibile, dal corpo di fabbrica; per mantenere le torri maggiori in posizione di efficienza protettiva, rispetto al mastio, allargò a dismisura il primo ricetto.
Questi interventi rappresentano la terza ed ultima fase di revisione progettuale, desunti dai resti del tracciato emersi da scavi e restauri.
Alla rocca di Cagli si accostano, per forma e strutture, le torri e la cortina a gomito di San Leo, che però differiscono nel coronamento senza merli, nei beccatelli in pietra e a
mensolette; torri e beccatelli a San Leo precedono, comunque, quelli della rocca di Cagli.
L’insieme costruito a San Leo (vedi articolo su SAN LEO già pubblicato) potrebbe essere un adattamento di forme nuove al castello preesistente, sviluppando un’idea del foglio 79r del Codice Magliabechiano.

Foglio 79 r del Codice Magliabechiano

 

 

 

Michela Liotta